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I medici della Camorra

da | Apr 25, 2017 | Inchieste

È giovane Beppe Gallo – detto “Peppe ‘o pazz” – quando eredita la guida del Clan Gallo-Limelli-Vangone, alla fine degli anni novanta. E ai tempi il clan è messo male, ha pagato un pesante tributo alla guerra di Camorra – per esempio a Michele Vangone, zio materno del boss, nel carcere di Poggioreale strapparono e mangiarono cuore e fegato.

 

Eppure Gallo diventa rapidamente uno dei boss più potenti d’Europa, ha “clienti di fiducia” che ordinano 2/300 chili di cocaina alla volta, per svariati milioni, tratta di persona con i narcos colombiani e spagnoli, fa investimenti milionari. Racket, intimidazioni, estorsioni, sequestri, gambizzazioni, riciclaggio, corruzione di funzionari di banca e di giustizia, controllo e presidio “militare” del territorio, rapporti con altri Clan, preparazione di vie di fuga e di “dispersione delle prove” in caso di blitz della Polizia, controllo delle piazze di spaccio, rifornimento delle armi, reperimento della strumentazione chimica per la raffinazione della droga, costruzione dei documenti di copertura e pianificazione di strategie per il trasporto all’estero di ingenti somme di denaro: a ciascuno degli oltre sessanta “soldati” di Gallo il suo compito, sopra i soldati un gruppo ristretto di fedelissimi, i “colonnelli”, e sopra a tutti il boss. E senza una sua parola non si muove una foglia. E poi le donne, che nel clan svolgono un ruolo di primo piano: tengono le chiavi del caveaux della cocaina, la contabilità, i rapporti con i professionisti – primi tra tutti i medici. L’unico che tratta direttamente con i cartelli della droga però è il capo. Anche se a parere di qualche luminare, lo stesso giorno che stava concludendo una transazione, risultava “chiuso in un mondo da dove sembra incapace di comunicare con l’altro”. Oppure, affetto da “schizofrenia di tipo disorganizzato”, “anoressico” o “borderline”. E molto altro. Ecco che le “carte ‘e pazz” – le perizie psichiatriche – sono le “porte girevoli” che il boss ha usato per uscire di galera e far saltare i processi. E se si affiancano alle carte giudiziarie le cartelle cliniche emerge quello che Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, chiama il “ventre molle della giustizia”, il punto più vulnerabile del processo penale: la “funzione dell’accertamento sanitario”. Una problematica che Roberti riteneva strategica già nel 2000, sulla scia delle rivelazioni di un maestro della simulazione della follia, il camorrista Umberto Ammaturo, che gli spiegò come funzionava “il sistema”. Ne seguì il primo studio mai realizzato sull’argomento: Stati di procurata incompatibilità con il regime carcerario, dove medici legali e PM della Direzione nazionale antimafia (Dna), guidati dallo stesso Roberti, hanno svolto un’analisi qualitativa di sette casi di simulazione della follia paradigmatici delle strategie usate dai boss di mafia per ottenere benefici di giustizia. Lo studio è stato ripreso ampliato e approfondito dallo psichiatra forense Corrado De Rosa in un libro chiave, I medici della Camorra. De Rosa ha messo in evidenza le torsioni fatte al manuale diagnostico per far funzionare il “gioco di specchi” delle perizie, mostrando al tempo stesso come l’evolversi della simulazione della follia sia legato all’evolvere della psichiatria stessa e alla disponibilità e compiacenza dei professionisti. Perché per ogni boss di mafia che sa fingere una patologia c’è un professionista che gli spiega come fare, e che ha buon gioco in un sistema carcerario disorganizzato. E’ in questo contesto che l’analisi del caso di Beppe Gallo, boss di Camorra, esemplifica come si può far saltare carcere e processo.

Dieci anni di “follia”. Tra il 1997 e il ‘98 al boss vengono contestati reati pesanti – come traffico di stupefacenti, lesioni gravi, detenzione di armi, sequestro di persona e associazione armata di tipo mafioso. Poco dopo è in galera, dove lo raggiunge un’altra ordinanza, per aver gambizzato e sequestrato a scopo di estorsione tale Gennaro Buffelli. In quegli anni nei diari clinici si parla di “deperimento organico”, “anoressia”, “astenia”, ma la “costruzione del personaggio” – quello che aprirà le porte della galera – inizia nel 2002. Quando Gallo sembra convinto che un suo amico – ‘tale Antonio’, si legge nelle relazioni – gli indichi il da farsi. Incluse “ideazioni suicidarie”. E così, nel 2003 il Tribunale di Torre Annunziata richiede al carcere di Velletri, dove è detenuto il boss, una consulenza neuropsichiatrica. Lì si legge: «Sulla base dell’osservazione messa in atto in questi mesi di detenzione (…) la patologia psicotica di cui il paziente è portatore va verosimilmente inquadrata nell’ambito dei disturbi di personalità di tipo Borderline (…)». Poco dopo, la dott.ssa F. Mancini, psicologa del penitenziario, conferma: «Il soggetto presenta una percezione di sé debole e instabile (…) trovando conforto nella unica forma di conversazione interiore rappresentata dalle sue allucinazioni”.

Inizia il “pressing” per la scarcerazione. Ecco che le iniziali relazioni favorevoli aprono la strada ai medici di fiducia di Gallo. Il “pressing” inizia con una consulenza di Adolfo Ferraro, stimato psichiatra forense campano: “Sono emerse tematiche deliranti a sfondo persecutorio (…) egli è convinto che un suo amico (Antonio) gli farebbe compagnia e gli indichi il da farsi e che “è l’unico che non ce l’ha con me”. Per lo psichiatra è incompatibile con il carcere. Poco dopo il boss viene trasferito al carcere di Napoli, dove lo visita Alberto Manacorda, in qualità di consulente tecnico nominato dal Giudice. Tra i fondatori di Psichiatria Democratica, Manacorda, deceduto nel 2005, è un nome eccellente della psichiatria. E diagnostica un “Episodio psicotico persistente, insorto in soggetto con disturbo multiplo di personalità”. Così, trasferito al carcere di Torino, Gallo viene visitato di nuovo da Ferraro, stavolta in presenza dell’altro suo medico di fiducia, Francesco Bruno, un criminologo molto noto (migliore allievo di Franco Ferracuti, si dice che si sia formato nei servizi segreti). Bruno riprende e “rilancia” – come in un “gioco di specchi” – la diagnosi del collega, per concludere: «Riteniamo che l’unica misura che consenta di alleviare le sofferenze psichiche del paziente sia quella che lo restituisca alla famiglia». La cartella clinica di Beppe Gallo comincia a farsi “pesante”. Il Tribunale di Torre Annunziata incarica di nuovo Manacorda, che scrive: “il protrarsi della condizione psicopatologica costituisce un indubbio e grave vulnus alla salute del soggetto, e comporta anche concrete quote di rischio ad vitam”. Interviene il tribunale di Napoli, è la volta del dottor Manlio Russo: «Il corso del pensiero è sembrato dominato da idee paranoidee (…) Chiara tendenza al ritiro sociale», esito: «Incompatibile con il regime carcerario». Nell’Ottobre del 2003 il boss ottiene gli arresti domiciliari, il primo risultato è stato raggiunto: uscire di galera.

Come saltare il processo. Adesso l’ostacolo è un altro: far saltare il processo. E’ necessario puntare all’incapacità di stare in giudizio, perché la legge prevede che se non si è coscienti di quel che ci accade attorno, viene meno il diritto alla difesa. E il processo si ferma di sei mesi. E può succedere – anzi, succede – che il processo slitti di sei mesi in sei mesi finché non va in prescrizione. E’ il 19 novembre 2004 quando Manacorda visita Gallo nella sua villa: “Entra nella stanza lento ed esitante, con espressione fissa e perplessa (…) si addossa alla parete e lì resta in piedi, immobile e silenzioso (…)”. Il boss non parla, scrive lo psichiatra nella perizia, che si rivolge così ad Annalisa De Martino, la compagna, quella che alla Dda napoletana hanno ribattezzato “Lady Camorra” (condannata in primo grado a 12 anni, ndr), la quale “regge” la parte: “Gestire Peppe è un’impresa (…) Durante il giorno sta in giro per casa, ma non sa che fare e va rubando merendine (…)”. In conclusione, conclude lo psichiatra “Appare chiuso in un suo ‘mondo’ nel quale non vi è accesso per l’altro, e dal quale ‘non esce per collegarsi all’altro», quindi è «incapace di partecipare al processo». Che salta. Secondo i magistrati il “ritiro autistico” di Gallo “non gli impediva di dirigere e coordinare in prima persona transazioni aventi a oggetto ingenti quantitativi di droga”. Non solo, ecco Gallo, intercettato il giorno stesso della perizia: “quello lo sa sicuro che sto malamente .. mi fece la relazione … dovrebbe essere incompatibile, … eccoti 50mila euro, io rimarrei sempre agli arresti domiciliari …”. Tuttavia anche per il dottor Florindo Lalla, mandato dal Tribunale di Vasto, il boss è “incompatibile con il carcere”. Ma Lalla quel giorno nemmeno lo vide, svolse la relazione basandosi solo sulle carte. Poco dopo, la Commissione invalidi civili di Napoli (ASL NA/5) riconobbe a Gallo un’invalidità civile del 100% “con bisogno di assistenza continua perché non in grado di compiere gli atti quotidiani”. Una strana invalidità, visto che un mese prima Gallo avrebbe effettuato “l’acquisto in Spagna di 150 kg di cocaina da introdurre in Italia con l’ausilio di un intermediario e di un corriere e di una staffetta”. E un mese dopo l’assegnazione dei 699 euro di pensione è il dottor Salvatore De Feo (psichiatra e allora direttore dell’Opg di Napoli “S. Eframo”) a periziare Gallo: “l’aspetto clinicamente più rilevante è un complessivo, marcato, ritiro autistico con deterioramento psichico, tipico delle fasi più avanzate di un disturbo psicotico cronico (…) incompatibile con la capacità processuale”. Poco tempo dopo il boss viene arrestato in violazione della legge sui domiciliari, gli trovano addosso 5.150.000 euro. Come si concilia con la diagnosi di De Feo? Risponde la dottoressa Conte, Giudice del Tribunale di Torre Annunziata: “appare evidente che il Gallo è, verosimilmente, persona incapace di intendere e di volere. Depone in tal senso la documentazione prodotta dai difensori (…) è incapace di stare in giudizio”. A Gennaio 2006 il dottor De Feo fa una nuova perizia al boss: “il contenuto del pensiero non è esplorabile (…) incapace di stare coscientemente in giudizio”. Anche questa diagnosi si spiega male con quanto successo un mese prima: “Gallo fissa un incontro tra Ronga Michele e altra persona (…) in Madrid. (…) discute delle qualità della roba con il marchio della lettera “t” (…) non era tanto buona e, quindi, chiedeva se l’ulteriore partita (…) ribadisce di arrivare con puntualità all’appuntamento (…) ‘al solito posto’”. Non passano che pochi mesi che interviene di nuovo Russo, per il Tribunale di Napoli: “Vi è, nel periziando, un rapporto con la realtà e con il contesto alterato, la coscienza non è né integra né integrata in maniera sufficiente”. Eppure, intercettato un mese prima, lo si sente richiamare un affiliato: “questo bastardo di merda mi piglia proprio per il culo, questo figlio di puttana! Eh?.. Tu sei infame, quello ha detto una bugia e tu ne stai un’altra, infame e cornuto! Siete due cornuti …”. Il Dottor Lino Carfagna, perito per il Tribunale di Latina, scrive invece che è “… affetto da infermità mentale, schizofrenia di tipo disorganizzato, di misura tale da escludere totalmente la capacità di intendere e di volere”. Nel Gennaio 2007 Gallo viene arrestato di nuovo: “assieme con altri, gli vengono trovati addosso 12.490,00 euro, nei luoghi dell’ispezione vengono rinvenute armi, munizioni e cartucce e complessivi 8,07 Kg di cocaina”. Il giudice Conte convalida l’arresto per tutti, eccetto che per il capo: “sebbene vi siano gravi indizi a suo carico (…) non può questo giudice non considerare la comprovata situazione di incapacità di intendere e di volere del Gallo, dimostrata oltre che dalla documentazione prodotta, dal comportamento assunto dal Gallo in udienza …”. Libero da subito, un paio di settimane dopo (tra il 25 e il 27 gennaio) la Dda rileva che si è verificato un “acquisto in Italia, con le consuete modalità, di 267,786 Kg di cocaina, che cade sotto sequestro. I venditori spagnoli richiedono la presenza del capoclan a Milano”. Gli investigatori scrivono che “Gallo dispone finanziamento e trasporto. Servendosi di telefoni pubblici segue come sempre a distanza le operazioni di carico della droga acquistata”. In questo periodo, stando alla documentazione clinica Gallo “continua a manifestare allucinazioni, deliri, irrequietezza, incongruità comportamentali, chiusura relazionale (…)”. De Feo non si accorge di nulla anche quando lo visita per la terza volta: “non è stato possibile esplorare il contenuto del pensiero, ma i suoi comportamenti e la documentazione clinica esaminata non lasciano adito a dubbi sulla diagnosi di psicosi cronica in cattivo compenso clinico”. Incapace di stare in giudizio. Ma intercettato pochi mesi prima: “Sei sempre stato un mongoloide, io ti ho levato da dentro la merda, mongoloide! .. Tu vorresti fare a me mongoloide, ne Michele? … Ti sei scimunito? …. Non rispondi neanche, né MICHELE? … Tu sei un magna magna a tradimento! Se poi a OMISSIS te lo prendo e te lo scasso che succede? … Te lo mando all’ospedale, che succede? Ah? .. Che succede, fammi sentire?” E l’intercettazione successiva: “45.000 euro gli abbiamo dato! .. Don Mario, noi al vostro comparello abbiamo dato 850 grammi di … 150 l’ha tenuti … l’ha gettati? sono problemi suoi … E perché siete venuto voi! Se no prendeva botte e se la teneva la roba, capito? … La roba, quando io do una cosa … non è che la ritorna nessuno … se la prende per forza! In qualsiasi mezzo, in qualsiasi caso! … comando io qua sopra al mercato!”.
Il 24 Settembre 2008 Beppe Gallo viene dichiarato latitante. La Dda lo arresta seguendo uno dei suoi medici di fiducia, Adolfo Ferraro, che gli fissa un appuntamento a Secondigliano. E’ il 2010 quando la “holding della coca” viene abbattuta. Gallo insiste: “sono pazzo”. Stavolta la perizia pende dalla parte dell’accusa, dopo dieci anni l’arte simulatoria di Gallo viene “finalmente” smascherata dai professori Roberto Catanesi e Marcello Nardini, che depositano la loro perizia il 29 marzo 2011: “se le attività delittuose contestate al Gallo sono a lui effettivamente ascrivibili con le modalità descritte dagli investigatori, solo la simulazione può spiegare il contrasto con le risultanze sanitarie. (…) Egli può partecipare coscientemente al processo”.

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