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Introduzione

da | Giu 20, 2017 | editoriali

Come distinguere tra comunicazione trasparente e promozione mascherata da informazione? E come individuare, là dove c’è, lo stretto legame fra mercato e salute, fra proposte di benessere e strategie di marketing dell’industria farmaceutica?

Chi sono gli attori del mondo della sanità, quali sono le regole che lo governano, e come funzionano le agenzie regolatorie (FDA ed EMA) che hanno il compito di vigilare sulla sicurezza e sull’efficacia dei medicinali prima che entrino in commercio. Un iter che dovrebbe essere una garanzia per il pubblico. In realtà, non è esattamente così. Diventa sempre più difficile per le agenzie regolatorie reperire esperti che non abbiano conflitto di interessi (del resto, le stesse agenzie lo vivono al loro interno il conflitto, visto che sono per l’80 per cento finanziate da Big Pharma).

Ma il conflitto di interessi coinvolge/avvolge in modo diffuso molti degli attori del mondo della salute e della comunicazione, dai medici agli accademici, dalle associazioni dei malati ai mass media. Solo negli Stati Uniti i colossi farmaceutici destinano ogni anno decine di miliardi di dollari per promuovere medicinali e la pressione si esercita con viaggi, inviti a congressi, regali, prebende, finanziamenti a società scientifiche. La scienza medica obbedisce oggi alle logiche del mercato e si muove in un incrocio di poteri economici, sociali, intellettuali, e di carriere. E spesso nella stanza dei bottoni siede chi ha come interesse primario non tanto la salute quanto il profitto.

Nonostante il miglioramento delle conoscenze si vive oggi una condizione di maggiore incertezza. Una incertezza che ha le sue radici nella sfiducia in una medicina parte integrante e indistinguibile del gioco ambiguo della società dove gli interessi economici prevalgono sui valori umani. Anche se indubbi sono stati i progressi dell’ars medica negli ultimi decenni, oggi si assiste – per ragioni di mercato – a una progressiva medicalizzazione della società: si amplia ai “sani” il ricorso ai farmaci, abbassando per esempio le soglie di sicurezza per colesterolo o pressione e si propongono screening che, grazie ad esami altamente tecnologici, individuano anomalie che inducono a trattamenti spesso inutili se non dannosi. Si chiama overdiagnosis.

Il sogno di Henry Gadsen, direttore dell’industria farmaceutica Merck, sembra essersi avverato. Nel 1976 Gadsen dichiarò alla rivista Fortune: “Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Ci permetterebbe di vendere a chiunque”. Oggi pare ci sia una pillola per ogni malattia  una malattia per ogni pillola. Conquista di un benessere senza limiti e di una condizione illusoria di assenza di malattia: questi i miti propagati dal business della salute, nel frattempo diventata “merce” e come tale prevede un’offerta. La domanda è spesso condizionata da un’industria farmacologica che investe un terzo del bilancio complessivo in marketing, il doppio di quello che spende nella ricerca. Il conflitto di interessi è talmente diffuso da far dubitare dei dati, elargiti attraverso i media. I risultati degli studi clinici che portano all’approvazione di questo o di quel farmaco sono spesso più ottimistici di quanto non siano in realtà. E la ragione è che da metà a un terzo degli studi scientifici della ricerca biomedica non arriva alla pubblicazione perché non esiste legislazione che obblighi a pubblicare le ricerche svolte. Gli studi con esiti negativi, come denunciano i promotori dell’iniziativa AllTrials, lanciata nel 2013, hanno meno probabilità di essere pubblicati, anche in assenza di conflitto d’interessi, per vari motivi. La petizione di AllTrials, sottoscritta da oltre 450 organizzazioni scientifiche fra cui Bad Science, Sense About Science, BMJ, James Lind Alliance, Centre for Evidence-based Medicine, chiede che tutti i trial clinici siano resi pubblici e disponibili ai ricercatori. “Se non si interviene con urgenza, le informazioni su ciò che è stato fatto e ciò che è stato trovato nel corso degli studi potrebbe essere perso per sempre, portando a decisioni terapeutiche errate, perdere le opportunità di una buona pratica medica, e la inutile ripetizione di trial su persone ed animali”.

Vendere salute, come recita il titolo del libro della sociologa americana Dorothy Nelkin, è diventata un’esigenza di mercato che spesso ignora la vulnerabilità dei destinatari dei messaggi mediatici. Il sano scetticismo che solitamente si nutre verso un messaggio pubblicitario lo si dovrebbe trasferire anche a ciò che viene offerto dai media. I giornalisti da produttori di expertise scientifico rischiano di diventare mediatori con un’implicita complicità, una sorta di cinghia di trasmissione che trasferisce al pubblico in maniera, tanto repentina quanto acritica, ciò che esce da uffici stampa sempre più agguerriti. L’etica della responsabilità dovrebbe applicarsi all’universo intero delle notizie, anche se la medicina ha “qualcosa di più”, ha una dimensione più importante “perché benessere, dolore e sofferenza non sono costruzioni sociali”. Qualcuno ha visto nel sensazionalismo che ruota attorno alle notizie della medicina un coprodotto del compiacente rapporto tra giornalisti e scienziati (che in molti casi lavorano per l’industria come ricercatori o consulenti): se i giornalisti riescono così a catturare l’attenzione del pubblico, gli scienziati vedono nell’attenzione dei media un trampolino per una carriera di successo (e guadagni). E gli interessi delle due professioni sembrano influenzarsi l’uno con l’altro in modo molto poco salutare. A beneficio di una medicina sempre più imprenditrice.

Come informare in maniera corretta, e a chi spetta il compito di farlo? Ai medici (tanto adulati dai “rappresentati farmaceutici”) o ai mass media sempre in cerca di facile sensazionalismo e sovente “portavoce” di scienziati di dubbia trasparenza? E, inoltre, come tracciare un netto confine tra informazione/promozione/pubblicità? Quali le responsabilità dei media? La comunicazione sulla medicina dovrebbe produrre partecipazione nelle decisioni del pubblico, fornire gli strumenti per una maggiore padronanza nelle scelte, consentire di farsi un’opinione specie su argomenti controversi e contribuire a costruire senso critico. Purtroppo non sempre accade.

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