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La guerra dei vaccini, trame, segreti, bugie

da | Giu 14, 2017 | Inchieste

Il dado è tratto.
Dopo un battage mediatico senza precedenti (e in grande volata) è stato approvato il decreto che torna a rendere obbligatori i vaccini da 0 a 6 anni per l’ingresso all’asilo nido e alla scuola materna. Per la scuola dell’obbligo (elementari, medie e primi due anni delle superiori) sono previste sanzioni ai genitori che vanno da 500 a 7.500 euro se non fanno vaccinare i loro figli.

E possono rischiare la segnalazione al tribunale per una possibile sospensione della potestà genitoriale. Il dibattito sui media che ha accompagnato la decisione presa dal governo Gentiloni ha scelto toni allarmistici. Si è parlato di emergenza, di soglia di coperture vaccinali basse che mettono a rischio la salute pubblica, di complotto dei movimenti anti-vaccinali, di pericolosa china antiscientista. Si è scelta, insomma, la banalizzazione di un tema complesso che meriterebbe particolare attenzione nell’essere affrontato proprio perché riguarda la salute dei bambini. E di tutti.

Da quattro che erano le vaccinazioni obbligatorie (polio, difterite, tetano e Epatite B) sono adesso dodici. Si sono aggiunti vaccini prima solo “raccomandati” e cioè quello per la pertosse e l’emofilo b del cosiddetto esavalente, e per il meningococco B, tutti e due a partire dal terzo mese di vita. Dopo, tra 13 e 15 mesi, si aggiungono i vaccini per morbillo, parotite, rosolia, varicella (il cosiddetto mprv o quadrivalente) e quello per il meningococco di tipo C. “Alziamo le difese e convinciamo ora chi dubita della scienza” ha affermato il ministro per la salute Beatrice Lorenzin, soddisfatta per il “successo” ottenuto.
Ma quali sono le reali motivazioni che hanno trasformato una questione di salute pubblica in uno scontro politico e ideologico? Qual è il grado di trasparenza dietro questa decisione affrettata? L’Italia, individuata come capofila per le vaccinazioni dall’ l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), sembra abbia voluto con questo decreto fare bella figura. E pare (l’ipotesi circola sui network) che Flavia Bustreo, epidemiologa, che ricopre l’incarico di vicedirettrice generale all’OMS per la salute della famiglia, delle donne e dei bambini, sia ispiratrice di “questa esplosione di attenzione” sui vaccini. La campagna di sensibilizzazione è stata affidata all’Inc-Istituto nazionale per la Comunicazione, con sede a Roma. Il sospetto è che c’entri in qualche modo la candidatura dell’Italia come sede dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA): il risultato ottenuto sui vaccini potrebbe costituire un buon biglietto da visita.
La spesa per attuare il nuovo piano vaccinale (2017-19) è altissima, 620 milioni di euro, circa 300 in più rispetto al precedente. Un impatto economico che si giustifica se serve a promuovere la salute, in una situazione d’emergenza, ma è così? Era davvero una priorità sanitaria aggiungere l’obbligatorietà agli altri otto vaccini? E, poi, come ottenere le coperture necessarie e potenziare l’offerta se negli anni, con i progressivi tagli alla sanità, si sono smantellati i servizi pubblici che potevano garantirla? I dirigenti scolastici avranno un bel segnalare alle Asl i bambini non vaccinati ma il decreto appena votato rischia di cadere in un imbarazzante vuoto organizzativo. E se i servizi non ce la faranno a garantire le vaccinazioni richieste, saranno i pediatri a supplire “a pagamento”: creando così difficoltà nella rilevazione delle coperture e anche nel monitoraggio costante delle vaccinazioni e l’invio di scadenze e richiami. Per fare tutto ciò occorrono servizi pubblici che funzionino. La questione non è vaccini sì, vaccini no, ma è in gran parte organizzativa.
Quando dal decreto si dovrà passare alla conversione in legge quali saranno gli ostacoli? Quali le difficoltà applicative? La relazione tecnica afferma che l’applicazione sarà senza costi aggiuntivi (affermazione necessaria per avere il via libera dalla Ragioneria centrale) ma questo è falso. Si stimano migliaia di vaccinazioni aggiuntive in pochi mesi. Si tratta di recuperare gli inadempienti di 15 generazioni! Ci vogliono almeno altri 100 milioni una tantum. Un buco in più da coprire con la manovrina oppure un cerino da lasciare in mano alle regioni? Si scatenerà una bagarre burocratica (certificati, dichiarazioni, controlli) e soprattutto un contenzioso amministrativo enorme. I servizi sono del tutto impreparati e così le scuole. Le associazioni no-vax stanno già affilando le armi. Per loro inizia una insperata stagione di arruolamento. Patrocineranno i ricorsi contro le sanzioni e faranno iscritti. Così succedeva in Piemonte quando si sospesero le sanzioni, così succederà in Italia con la legge sull’obbligo. Il dissenso vaccinale è destinato a crescere favorito da questa svolta coercitiva. La conversione in legge dell’obbligo vaccinale arriva in un parlamento diviso e instabile. E bisogna vedere se arriverà sino in fondo indenne.
Per dare un contributo indipendente alla discussione sulla prevenzione vaccinale e fare chiarezza sui veri termini del dibattito abbiamo chiesto a un epidemiologo, Michele Grandolfo, già direttore del reparto Salute della donna e dell’età evolutiva al Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute all’Istituto Superiore di Sanità, ed esperto di strategie vaccinali di fornirci le informazioni utili per capire. In senso etimologico “capire” significa contenere, ma anche riorganizzare e ridisegnare un assetto precedente. In questo caso ricollocare la questione in un contesto più ampio. Altri due esperti, che hanno coperto importanti ruoli istituzionali ma che non vogliono comparire, hanno contribuito a fornire materiale per rispondere alle domande.

Quali sono i criteri per implementare un vaccino nel piano vaccinale?

Non è sufficiente che l’industria farmaceutica metta a punto un vaccino per dedurre che sia utile ed efficace. I vaccini storici, antivaiolo, antidifterite, antipolio e antitetano, hanno avuto un impatto enorme. Nel caso della polio, grazie alla formidabile strategia proposta da Sabin, che aveva messo a punto il vaccino a virus vivi attenuati, si riuscì in breve tempo a contenere l’infezione. Con una valida offerta attiva si ottenne una copertura vaccinale nella popolazione bersaglio, da zero a vent’anni, sufficiente a ridurre del 90% i casi di polio nel secondo semestre del 1964 rispetto alla media dei casi dei secondi semestri dei quattro anni precedenti e del 95% nel 1965 rispetto alla media dei quattro anni precedenti. La vaccinazione fu resa obbligatoria nel 1966 a guerra già vinta per assicurare l’impegno della sanità pubblica nell’offrire attivamente la vaccinazione a tutti i nuovi nati e corresponsabilizzare i genitori. Proporre soluzioni ragionevoli con strategie ragionevoli con risultati immediatamente apprezzabili trova generalizzata accoglienza perché le persone trattate con rispetto (offerta attiva questo significa) si comportano ragionevolmente.

Qual è la copertura vaccinale utile per ottenere una buona prevenzione?

Le coperture vaccinali in Italia sono abbastanza alte e non c’è questa grande emergenza. Dipende da quando si guardano i dati: a 24 mesi le coperture possono essere più basse, ma non a 36 mesi. Come mai? Lo giustifica il recupero degli inadempienti. Recupero che è il risultato del lavoro certosino dei servizi vaccinali (a proposito della grande importanza della “macchina” organizzativa). Il motivo dell’inadempienza è vario: ritardi, dimenticanze, convinzione che sia meglio vaccinare in età più avanzata (che è uno dei convincimenti di alcune medicine non convenzionali) o quando il bambino è in piena salute per cui i genitori rimandano le vaccinazioni se il bambino ha qualche malanno anche di poca importanza. I genitori che rifiutano le vaccinazioni sono una minoranza. Guardando le cifre sulle coperture vaccinali fornite dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) si può vedere come non sia una bugia che siano lievemente calate, ma è una bugia che le attuali coperture mettano a rischio la comunità. Il trend in calo dovrebbe semmai far riflettere sulle ragioni di questo calo. Paure ingiustificate o sfiducia in una medicina intrisa di conflitti di interesse? Le coperture necessarie per impedire la diffusione di un microrganismo variano, fra l’altro, da vaccino a vaccino e dalle caratteristiche del microrganismo stesso, di come sia capace di diffondere la malattia. Non esiste una soglia ottimale uguale per tutte le infezioni. Per esempio, la copertura vaccinale per evitare la diffusione della polio (e ottenere la cosiddetta immunità di gregge) è l’80-86%, per la difterite l’85%, per l’epatite B il 70%, per la parotite il 75-86%, e per il morbillo il 95%.

L’accelerazione e l’allarme sono stati esagerati?

Sì, e non tiene conto dei fattori che sono spesso associati a ritardi vaccinali se non a evasioni. Come le condizioni di degrado sociale in cui, peraltro, operano servizi vaccinali incapaci oggi di garantire un’offerta attiva. Le percentuali per difterite, tetano, polio e epatite B nel 2015 superavano il 93 per cento. Per i vaccini raccomandati, che ora diventano obbligatori, la copertura vaccinale, sempre nel 2015 (dati Epicentro) superava per morbillo, parotite, rosolia l’85 per cento, mentre per il meningococco C era del 76 per cento. La situazione di emergenza attuale si è costruita cogliendo a pretesto la circolazione del morbillo in età giovane adulta.
Come si spiega questo fenomeno? Ha a che fare con le strategie vaccinali?
La circolazione del morbillo in età adulta è dovuta al “building up” di persone suscettibili, cioè di persone che non hanno avuto la malattia e non sono state vaccinate. Succede quando si vaccina solo una parte dei suscettibili, nel secondo anno di vita e a cinque-sei anni, e non tutti quelli presenti nella comunità (almeno fino a un’età oltre la quale si ha meno del 5 per cento di suscettibili, proprio come si ottenne nel 1964 per la polio). La velocità di circolazione dell’infezione dipende dal numero dei suscettibili e per interrompere la catena bisogna trasformarli in immuni. Quando ho potuto farlo dal 1988 al 1993, e cioè quando alcune o tutte le Asl di quindici regioni hanno aderito a un programma nazionale da me coordinato, sono stati ottenuti risultati di tutto rilievo: nel quinquennio 1990-94 le notifiche di morbillo si ridussero del 50% rispetto a quelle del quinquennio 1985-89. Tenendo conto che nell’era pre-vaccinale le notifiche rappresentavano, come ho dimostrato con indagini sieroepidemiologiche, solo il 10 per cento dei casi reali e che la strategia vaccinale da me messa a punto prevedeva tra l’altro la sorveglianza attiva dei casi residui, con conseguente presumibile riduzione della sotto-notifica. Nel quinquennio 1990-94 si può ragionevolmente stimare una riduzione di un milione di casi di morbillo. La strategia prevedeva il coinvolgimento dei genitori e dei bambini nelle scuole in attività didattiche. Da notare, inoltre, che quando ho iniziato condurre campagne di vaccinazione dal 1980 c’era un diffuso scetticismo nel mondo accademico sulla disponibilità dei genitori ad accettare una vaccinazione non obbligatoria ma solo raccomandata.

Sull’emergenza “morbillo” sono circolati numeri da capogiro: l’OMS ha segnalato in Italia lo scorso anno 1387 casi: in Europa siamo secondi solo alla Romania. Che cosa è successo? Dove si è sbagliato?

Il numero dei suscettibili (e quindi dei casi di morbillo) da noi è aumentato perché si sono commessi gravi errori di strategia vaccinale. Mi spiego. Nei primi anni Novanta si è voluto forzare a favore del vaccino trivalente (morbillo, rosolia, para-otite) rispetto al monovalente anti-morbillo. Con il monovalente ho fatto le mie campagne di vaccinazione dal 1980 al 1992-93, in cui si considerava popolazione bersaglio tutti i suscettibili di età compresa fra 13 mesi e 8-10 anni. Resisi conto della disponibilità della popolazione ad accettare vaccinazioni raccomandate, disponibilità peraltro già manifestata quando in seguito alla raccomandazione della vaccinazione contro la rosolia ci fu una grande adesione all’offerta della vaccinazione alle bambine al quinto anno della scuola dell’obbligo. Il mondo accademico sostenne, contro il mio parere, l’introduzione del trivalente, che venne soprattutto indirizzato ai nuovi nati, ponendo le basi per il “building up” dei suscettibili. Per contrastare la circolazione attuale del morbillo bisognerebbe offrire ai suscettibili in età successive all’infanzia invece del vaccino trivalente (morbillo, parotite, rosolia o mpr) il monovalente anti-morbillo, così come bisognerebbe offrire il monovalente anti-rosolia alle donne fertili risultate negative al rubeotest. La strategia a due coorti per la rosolia (secondo anno di vita e 5-6 anni) è valida ma non sufficiente a bloccare il building up dei suscettibili. Il trivalente dà una minore adesione negli adulti: se per qualche motivo devo vaccinarmi, sono più disponibile a fare il monovalente (morbillo o rosolia) che non il primo. Come mai l’industria ha smesso di produrre monovalenti? Perché ci guadagna di meno?

Quali sono le reali motivazioni del calo di vaccinazioni?

I dati del Ministero dicono che le coperture vaccinali per le quattro vecchie obbligatorie sono in leggero calo: per polio, difterite, tetano, epatite B si è poco oltre il 93%. Per il morbillo la soglia considerata ottimale è del 95%, ma solo per questa infezione e l’epidemia, come ho già detto, non è da attribuire al calo delle vaccinazioni ma a strategie vaccinali errate. Come si può scatenare una caccia alle streghe quando la riduzione delle coperture vaccinali è anche causata dal sistematico sfaldamento della capacità operativa dei servizi vaccinali? Il personale è stato ridotto, chi va in pensione non viene sostituito, l’anagrafe vaccinale non è adeguata. Uno scadimento che diviene drammatico nelle aree di degrado sociale, come ho dimostrato con le mie indagini sul timing delle vaccinazioni obbligatorie. Là dove i servizi vaccinali non erano adeguati vi erano gravi ritardi nel fare i vaccini previsti. E questi ritardi erano più frequenti nei quartieri più poveri e nelle classi meno abbienti. L’avviso inviato ai genitori per una vaccinazione o un richiamo spesso tornava al mittente.
Quanto è diffuso il dissenso vaccinale?
E’ radicato ma riguarda una nicchia di persone, in alcune regioni come il Veneto è del 2,5 per cento. I genitori che non vogliono vaccinare i figli vanno raggiunti e informati, senza creare un clima di terrore. Di solito alla base della diffidenza c’è la carenza di informazioni, la convinzione che le malattie siano poco pericolose, e la paura degli effetti collaterali dei vaccini. Ma le paure non si tacitano con un’imposizione, ma con un’informazione che tranquillizzi. Il counselling sistemico, di cui tanto si parla, significa ascoltare e spiegare, tenendo conto del punto di vista dell’altro. L’esasperazione non porta mai a migliori risultati. L’obbligo può essere utilizzato solo in situazioni di reale emergenza per la salute della collettività. L’importanza dei vaccini non si afferma con l’obbligatorietà. Dietro il calo delle coperture vaccinali c’è anche una crisi di autorevolezza delle autorità sanitarie. La cui credibilità è minata dalla mancanza di trasparenza nelle decisioni di salute pubblica, come è stato per l’ultimo piano nazionale vaccini, deciso da esperti con evidenti conflitti di interesse. Basta pensare alla famigerata emergenza del virus influenzale H1N1. Una commissione di esperti dell’OMS, su cui pesavano gravi conflitti di interesse, nel 2009 cambiò in corsa la definizione di pandemia per farci rientrare l’influenza da H1N1 con tutto quello che ne seguì: il vaccino venne “raccomandato” in modo pressante (a beneficio di chi lo produceva) senza che ci fossero prove di efficacia e sicurezza e l’antivirale Tamiflu anch’esso di dubbia efficacia divenne un “intervento farmacologico chiave per la prevenzione dell’influenza nelle fasi precoci”. La Roche, fece di questo inibitore della neuraminidasi, un suo blockbuster.
Adesso che i vaccini obbligatori diventano dodici come faranno i servizi vaccinali a far fronte al lavoro aggiuntivo?
Certo viene da chiedersi come possa venire affrontata questa mole di lavoro aggiuntivo da servizi vaccinali così malridotti. Anche dove i servizi funzionano, fanno fatica a star dietro al calendario vaccinale, e a verificare i richiami. Mi chiedo come faranno, soprattutto là dove c’è un contesto di degrado sociale, a garantire un’offerta attiva dei vaccini, a rintracciare chi i vaccini previsti non li fa, ad eseguire un controllo capillare? Di solito i difficili da raggiungere sono anche i più a rischio perché vivono in condizioni di indigenza e di sovraffollamento.

Con quale logica si introducono come obbligatori in strategie di sanità pubblica vaccini poco utili che mancano di prove scientifiche indipendenti che ne sostengano la validità?

I vaccini adeguati per strategie di sanità pubblica devono avere requisiti di efficacia adeguata sia in termini di sieroconversione sia in termini di persistenza dell’immunità indotta e di efficacia clinica, oltre che di sicurezza. Quando si ha a che fare con eventi rari da non trascurare sono le alternative di controllo, dalla profilassi non immunitaria (soprattutto misure igieniche) al contenimento dei casi. Sono molto scettico quando si allestiscono vaccini contro agenti infettanti, virali o batterici, che hanno molti ceppi perché il loro uso generalizzato può determinare un rimpiazzo ecologico. Significa che i ceppi non presenti nel vaccino prendono il posto di quelli contro cui si vaccina. Per questo andrebbe finanziata la ricerca con fondi pubblici internazionali per la messa a punto di vaccini universali e non ceppo specifici. Se i vaccini comprendono solo i ceppi prevalenti, il problema è che agendo solo su questi, si rende disponibile il terreno per gli altri non inclusi nel vaccino. E i ceppi esclusi prendono man mano il sopravvento perché si prendono lo spazio ecologico rimpiazzando quelli del vaccino.

È così anche per i vaccini in commercio per il Papilloma virus?

Sì, il vaccino per il Papilloma virus, l’HPV. Quelli in commercio non contengono tutti i ceppi virali legati allo sviluppo del tumore al collo dell’utero, ma solo alcuni. Oggi c’è un vaccino che ne contiene fino a nove, ma di ceppi associati ai tumorali se ne contano una quindicina. I virus abitualmente si contendono la scena. E, nel momento in cui si fa una selezione ecologica, lo spazio liberato viene occupato dai ceppi considerati non dominanti. Inoltre, la domanda vera da farsi è: il vaccino per l’HPV che è stato offerto alle adolescenti – e ora anche ai maschi secondo il nuovo programma vaccinale – protegge davvero dal tumore al collo dell’utero? Ci vogliono almeno trent’anni perché si possa dimostrare ed è prematuro sostenerlo. Nell’ultimo piano nazionale vaccini ci sono frasi tipo: “ Bisogna proteggere la popolazione contro il massimo numero di ceppi virali” e così si è scelto l’ultimo vaccino, Gardasil, che ne ha nove. Una revisione sistematica dei trial clinici sull’efficacia del vaccino Gardasil, contro quattro ceppi virali, ha messo in evidenza come Cervarix, che è solo contro due ceppi, il 16 e il 18, abbia un’efficacia più elevata del primo.

Ha fatto rumore la trasmissione Report in cui si è parlato degli effetti collaterali del vaccino per l’HPV, perché non segnalati e raccolti con metodo?

Io preferisco parlare di eventi avversi ed è fondamentale che ci sia una sorveglianza attiva per effettuare confronti sulla densità di incidenza di tali eventi nei periodi (in termini di anni-persona) di esposizione dopo la vaccinazione rispetto a chi non è stato esposto al vaccino. Pertanto la sorveglianza attiva degli eventi avversi – significa la persona vaccinata viene chiamata a più riprese per verificare se ci sono stati sintomi significativi – sarebbe una garanzia e darebbe fiducia agli operatori e alla popolazione: reticenze in tal senso sono assolutamente controproducenti.

Altri vaccini “problematici”?

Voglio fare una premessa. I vaccini sono strumenti di prevenzione importanti ma le malattie che si vogliono prevenire non sono tutte altrettanto importanti. Le malattie vanno messe in fila e i vaccini che ottengono un guadagno di salute ragionevole vanno inseriti. Il vaccino per il rotavirus, tra quelli inclusi nel nuovo piano nazionale, è privo di senso. E solo soldi buttati via. In alcune regioni lo si faceva ai bambini pretermine e a basso peso, ma farlo ai sani? Non darà nessun vantaggio in termini di salute. Si adduce come motivazione a favore del vaccino per il rotavirus il risparmio in ricoveri. Ma quanti sono ogni anno questi ricoveri? L’Istituto superiore di sanità (ISS) per l’Italia riporta una stima attraverso un modello matematico di “300.000 casi che vengono gestiti a domicilio, oltre 80.000 visite mediche, circa 10.000 ricoveri ospedalieri e 10 decessi causati dalle infezioni da rotavirus”. Il riferimento è uno studio del Bambin Gesù, ma non so quanto attendibile.Si cita spesso il caso del vaccino per la pertosse. Che sembra non funzionare. Come mai?

Si cita spesso il caso del vaccino per la pertosse. Che sembra non funzionare. Come mai?

Il vaccino acellulare contro la pertosse non garantisce una lunga durata della protezione. Si è passati agli acellulari perché il vaccino a cellule intere dava reazioni soprattutto febbrili importanti. Ma si trattava di un vaccino molto più efficace come le ricerche hanno ampiamente dimostrato. Ora se l’attuale vaccino è poco efficace, resta una circolazione residua della Bordetella pertussis che oltre a colpire in età giovane adulta può essere pericolosa soprattutto nei primi mesi di vita quando il bambino non è stato ancora vaccinato.

C’è o non c’è stata un’emergenza per il meningococco? I vaccini sono andati a ruba e i mass media non hanno parlato d’altro per settimane.

In Italia l’incidenza del meningococco B è di 0,38 su 100 mila. Siamo uno dei Paesi in cui l’incidenza è più bassa. In Europa per il meningococco B l’incidenza è inferiore a 2 per 100 mila, tranne che in Irlanda. Il NICE, ossia il National Istitute for Health Care and Excellence, che in Gran Bretagna vigila sulle decisioni in ambito sanitario aveva dato prima parere contrario all’introduzione di questo vaccino ma poi lo ha inserito e ora da noi diventerà obbligatorio. Ma l’incidenza in Italia è talmente bassa che non lo giustifica, salvo che nelle persone in condizioni di salute che aumentano il rischio di malattia o in caso di epidemie. L’Istituto Superiore di Sanità era di questo parere ma è rimasto inascoltato. Altri Paesi non l’hanno introdotto anche perché non si sa se è efficace. Ci sono dati solo sulla risposta immunitaria e non basta. Secondo una stima dell’Istituto Superiore della Sanità il vaccino copre dall’87% dei sottoceppi di Meningococco B circolanti in Italia. Ma i sottoceppi sono parecchi. Inoltre, dopo tre anni la protezione crolla. Non si sa se produce immunità di gregge – ovvero se con la vaccinazione si proteggono anche i non vaccinati – e quindi non si sa se abbia senso vaccinare, vaccinare, vaccinare.
Il vaccino per l’epatite B, inserito da tempo fra quelli obbligatori, ha una storia che merita di essere ricordata.
Furono Francesco De Lorenzo e Duilio Poggiolini, il primo ministro della Sanità e il secondo a capo del servizio farmaceutico, che si adoperarono perché il vaccino diventasse obbligatorio nonostante l’incidenza bassa non lo giustificava. Lo divenne dal 1991 e i due ministri intascarono dalla Glaxo-SmithKline, unica produttrice del vaccino Engerix B, una tangente di 600 milioni di lire. Entrambi furono condannati con sentenza della Cassazione per questo e altri reati. Perché mai si devono vaccinare i bambini al 3° mese di vita – con richiamo al 5° e 11° mese – per una malattia che si trasmette esclusivamente per via sanguigna da sangue infetto o per rapporto sessuale? Bastava vaccinare le categorie a rischio come chi lavora a contatto con il sangue (infermieri, medici, etc) o chi vive con persone contagiose. In un Paese come il nostro a bassa prevalenza di portatori di antigene di superficie dell’epatite B sarebbe sufficiente una strategia selettiva dei neonati di madre portatrice di antigene di superficie e dei familiari di portatori o malati. Dalla sorveglianza attiva al tempo dell’introduzione della vaccinazione risultava che ben il 50% dei familiari di portatori non erano vaccinati, nonostante fossero a conoscenza del rischio: ecco un esempio di grave mancanza di offerta attiva. Da una indagine pubblicata nel 1996 risultò che nel meridione il 30% degli adolescenti della scuola media non aveva completato il ciclo di vaccinazione contro l’epatite B e si può stare certi che tale trenta percento riguarda le aree di degrado sociale dove è presente un drop-out scolastico non adeguatamente rappresentato dalle statistiche ufficiali: si tratta sicuramente di realtà dove il rischio di contagio è più elevato. Applicare le risorse in modo generalizzato rappresenta sempre un problema in condizioni di rischio molto differenziate: quando c’è scadente capacità di offerta attiva si vaccinano quelli a bassissimo rischio e non si vaccinano quelli ad alto rischio
Chi fa i controlli sulla qualità dei vaccini?
Al tempo in cui ero impegnato nei controlli di Stato si procedeva con molto rigore ed era richiesto molto rigore. Al controllo del produttore i cui protocolli venivano anch’essi valutati seguiva il controllo di stato. Oggi non ho idea di quale sia la situazione e andrebbe verificato se ci sono state evoluzioni nelle normative. Certamente sono rimasto molto sorpreso quando ho sentito dire che la presenza di un corpo estraneo nel vaccino contro il rotavirus non costituiva un problema. In tutti e due i vaccini antirotavirus erano stati rilevati frammenti di DNA di un virus porcino (circavirus). In un primo tempo sia l’FDA sia l’EMA avevano solo chiesto alle ditte produttrici maggiori informazioni. Non ricordo quanto tempo sia passato prima che li ritirassero.

Se la fiducia nelle vaccinazioni è calata è colpa degli antivaccinisti?

Indagini che ho fatto, recenti e passate (2002 e 2009-11), hanno dimostrato che l’opposizione ideologica alle vaccinazioni riguarda circa l’uno percento delle mamme. Fanno tanto chiasso ma hanno poco seguito. Quindi questo dagli all’untore è una grossolana impostura per coprire gli errori di strategia, lo sfaldamento dell’efficacia operativa dei servizi vaccinali e dei consultori familiari. L’obiettivo perseguito è il ripristino a tutto campo del paternalismo direttivo, di un autoritarismo generalizzato basato sull’idea che chi sa deve governare chi non sa, con un richiamo improprio alla scienza, con la S maiuscola. Non c’è affermazione più discutibile di quella che afferma che la scienza non è democratica, basta leggersi il bel libro di Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro.

Per chi non fa le vaccinazioni o non paga le sanzioni c’è l’allontanamento scolastico. Obbligatorietà, sanzioni…. che cosa significano? Dove portano?

Si tenta di imporre un principio di autorità strumentalizzando la credibilità dei vaccini storici. Vaccini come quello della polio hanno una credibilità nella popolazione fuori discussione, e non è lecito strumentalizzare tale credibilità per sostenere proposte non valide di strategie vaccinali di sanità pubblica. L’allontanamento dalla scuola, se non si fanno i vaccini previsti e non si pagano le sanzioni, lede il diritto all’istruzione. Ci sono regioni come il Veneto dove l’obbligo delle vaccinazioni è stato tolto nel 2008 e dove i dati sulle coperture vaccinali non destavano alcuna preoccupazione. E allora? Tutto questo battage sembra strumentale. L’obiettivo in realtà è aumentare a dismisura il mercato della salute spacciando per scientifiche soluzioni tecnologiche che usano le biotecnologie senza che ci siano prove scientifiche indipendenti a sostenerne la validità e la sicurezza. Ho l’impressione che si strumentalizzi il tema della salute per un controllo dei corpi come forma moderna di biopotere. Non accettare con determinazione tale visione è fondamentale per la salvaguardia della democrazia e non essere corresponsabili.

In definitiva il battage per i vaccini non rappresenta una priorità in termini di salute pubblica?

Penso sia arrivato il momento di cambiare registro. Siccome il nostro Stato è disposto a rischiare l’impopolarità per garantire la salute e giunge fino alla “costrizione sanitaria” allora potremmo subito affrontare alcuni temi che richiedono analoga determinazione. Da tempo è nota l’efficacia degli interventi regolatori per promuovere la salute (cinture di sicurezza, divieto di fumo). Perché non sfruttare questo momento magico per proporne altri? Come il contenuto di zucchero nelle bibite gasate o di sale nel pane; il divieto di pubblicità delle bevande alcoliche e del gioco d’azzardo; la tassazione separata sul fumo e sugli alimenti grassi. E così via. Perché non avviare una bella campagna terroristica (come si è fatto sui vaccini) anche su questi temi? Alcuni interventi produrrebbero un bel risparmio per le casse dello Stato. Si insiste sui vaccini forse perché sono l’unico esempio in cui gli interessi commerciali vanno nella stessa direzione della salute?

Vittorio Demicheli, della Cochrane Collaboration Vaccines Field (la Cochrane Collaboration è una delle più autorevoli comunità di studiosi indipendenti al mondo, ndr), epidemiologo che in precedenza ha svolto il ruolo di direttore regionale della sanità in Piemonte, ha fatto un’audizione in Senato.

Ecco la sua relazione, che smentisce argomentazioni importanti utilizzate per promuovere l’obbligatorietà dei 12 vaccini.
Segue la relazione di Stefania Salmaso, che dal 1979 al 2015 ha lavorato presso l’Istituto Superiore di Sanità e ha partecipato e coordinato vari progetti di epidemiologia, sorveglianza e controllo delle malattie infettive.

La relazione di Demicheli
https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/005/217/DE_MICHELI_1.pdf

Le diapositive di Demicheli
https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/005/218/DE_MICHELI_2.pdf

La relazione della Salmaso
https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/005/213/SALMASO_1.pdf

Le diapositive della Salmaso
https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/005/214/SALMASO_2.pdf

26.06.17 - Aggiornamento

Le audizioni in senato di Demicheli, che smentisce la propaganda per l’obbligatorietà dei vaccini.

 

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